HABITAT

What really interests me and what I managed to accomplish in these years thanks to the support and to the enthusiasm of the ones who discovered me, is the possibility of transforming a virtual empathy in a concrete relationship, in bodies capable of being emotional together.

 

I’ve never looked for models, but for women. I’ve never looked for backgrounds, but for living spaces. The synthesis always lies within the unexpected that let us float above the chaos, on the thin line between being and not being.  If places are destinies and meetings are destinies, if we’re dreamed by necessity, the listening itself becomes a choice. 

QUESTA É UNA CASETTA DI LEGNO

august 2016, Sagra Del Diavolo, Galatone, Lecce

"Questa è una casetta di Legno" in Italian means "This is a little wooden house".
I asked everyone to come inside this wooden house one by one and not to use cellphones. It has been a moment far away from everyday life for all of the participants; a moment in the darkness of nature, which was standing there light and harmless. It has been a mirror for all the people who came inside. There has been an infinite line at the entrance, given by the curiosity for the unknown. The ones who came inside, maybe frightened by the dark, maybe just for curiosity, were searching for a light switch and this is what they saw when they found it.

EN: now is the most dangerous place in the world

OGNI COSA È ABBANDONATA 

ottobre 2020, Kunstschau, Lecce

Ho chiesto agli abitanti di Lecce di donarmi un oggetto per loro prezioso che rappresentasse una parte della loro storia. Insieme lo abbiamo reso parte di un'opera corale, insieme lo abbiamo abbandonato.


 

Il mio legame con Lecce inizia sotto forma di restituzione. La condizione di debito nei confronti dei miei genitori, il dono della vita di una madre al figlio, l’affannoso tentativo di ricambiarlo, mi imposero di scegliere un percorso universitario in questa città. La prima cosa che feci per riaffermare il mio istinto di emancipazione fu diventare vegetariano. Seguivo i consigli di un amico, Antonio. Proprio lui un giorno in treno, di ritorno al paese, leggeva il “Saggio sul dono” di Marcel Mauss. A distanza di dieci anni ritrovo le coordinate di tutto questo nell’intervento per Kunstschau. Tornare cambiati, convertiti, per ribaltare il concetto di dono. Donarsi per abbandonare; perdersi per ritrovarsi in un’assenza. 

 

Secondo Mauss l’oggetto donato trattiene in sé un’anima che è tutt’uno con l’identità del donatore, per cui il destinatario non riceve un semplice oggetto ma l’associazione stessa di quell’oggetto con l’intima natura del donatore. È questa la sostanza dell’abbandono; liberarsi da una parte che abbiamo creduto nostra. Per i Maori lo spirito dell’oggetto è dotato di una forza propria che lo spinge a tornare nel luogo di origine. Sovrano, nelle culture in cui vige il potlàc, è chi ha il potere di perdere, chi consuma la propria ricchezza rifiutandone un uso strumentale e opponendosi a una logica produttiva e accumulativa. Sovrano, per George Bataille, è tutto ciò che si colloca al di là dell’utilità e dell’identità.

Tutto quello che raggiungo non mi appartiene e tutto quello che non mi appartiene lo posso lasciar andare. Ogni opera è e deve essere abbandonata perché degli altri e negli altri. Per questo il 4 novembre 2019 ho deciso di allontanarmi dall’identità di iosonopipo. 123 fotografie, 1615 certificati, il sito, la mail, le pagine social. Questo specchiarmi senza protezione nel vuoto mi ha restituito la piena consapevolezza che non avessi più bisogno di riconoscermi e riprodurmi in ciò che avevo ormai riconosciuto e fatto mio. Non mi apparteneva più neanche quella forma, ed ero pronto ad andare oltre senza curarmi del dove. 

 

Le cose sono già abbandonate, poiché non le possediamo. 

Possiamo sentirci simili, accomunati, non nel possedere come gli altri ma nell’aver lasciato andare qualcosa all’arte e al mondo. Possedere qualcosa è una festa che ci fa dimenticare della morte. L’uomo non trova altra via per rinascere che specchiarsi negli oggetti.

 

Ci rifugiamo in noi stessi, abbiamo grande fiducia in noi e nel nostro essere autonomi e indipendenti. Per questo motivo spesso rifuggiamo dal dono, perché rappresenta un pericolo. Il dono ci mette a repentaglio, ci impone di cedere tempo e desideri, di impegnarci a instaurare e a gestire legami con gli altri. A differenza dello scambio mercantile nel dono non esistono garanzie. Questo presuppone ed alimenta fiducia in chi dà e in chi riceve. 

 << Si tratta, in fondo, proprio di mescolanze. Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime. Le vite si mescolano tra di loro ed ecco come le persone le cose confuse insieme escono ciascuno dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contratto, lo scambio. >> M. Muss

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